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Prosa e dialoghi in dialetto 2

a cura di Antonella Di Moia

Nello scorso articolo avevamo parlato in generale del perché può essere sconveniente utilizzare il dialetto all’interno di un testo narrativo o di un dialogo, specie se lo si fa in maniera troppo invasiva. In questo articolo invece voglio parlarvi di come creare una commissione tra l’italiano e un dialetto in modo da non penalizzare lo scritto.

Partiamo dal presupposto che scrivere significa desiderare comunicare una storia a X persona. Va da sé che il primo requisito è mettere il lettore nella condizione di capire cosa sta leggendo e il suo significato. È vero, diversi grandi scrittori, tra cui il maestro Camilleri, hanno usato con successo questo mix tra italiano e dialetto. Come hanno fatto?

Aprirò a caso uno dei suoi libri (Camilleri) e trascriverò dei passaggi per farvi toccare con mano che uno scrittore coscienzioso non si sveglia la mattina e fa, senza strategia, una cosa simile.

Montalbano si maledisse. Come aveva fatto a lasciarsi intrappolare da quel vecchio logorroico? Doveva fermare la valanga. Subito, o sarebbe stata inevitabilmente travolto.
«Signor Zotta, per favore, non tergiversiamo.»
«Eh?»
«Non divaghiamo!»
«E chi addivaga? Lei pensa che io mi suso alle sei del mattino per vinìre ccà a addivagare? Lei pensa che io non abbia cosi di meglio da fari? Va beni che sono pensionato, ma…»
«Lei conosceva i Griffo?»

“La gita a Tindari” pag. 79, ed. Sellerio

Allora. Desidero usare questo pezzo per farvi notare che quando parlate di caratterizzazione il termine significa: “apportare dettagli UTILI”.

Ora, qui abbiamo una caratterizzazione che identifica l’interlocutore di Montalbano come logorroico e introduce che il commissario deve riprendere le redini del discorso. E lo fa. Come? Non impresa diretta, viene introdotto, anche con una vena comica che deriva dall’atteggiamento di Montalbano sottinteso “Ma tutti a me capitano?” Quindi comico, sì, ma non al punto da ledere la caratterizzazione dei personaggi e l’obiettivo del plot.

il contenuto del dialogo infatti rivelerà altro:

  • Montalbano non può esprimersi con un italiano forbito, ma ne usa uno che facilmente è traslabile in dialetto per il suo interlocutore;
  • da tergiversiamo a divaghiamo. Ecco che là di vagare successivo diventa impossibile da non comprendere, questo grazie alla contestualizzazione e alla lavorazione che “italianizza” il modo di parlare dello stesso anziano che si sforza quanto Montalbano;
  • la successiva parlata del vecchio, come anticipata non è dialetto stretto e verace, ma una combinazione che:
    • Fa comprendere cosa dice;
    • lo identifica in quanto persona anziana che si sforza di parlare in italiano (quindi è insito nel dialogo la giustificazione della forma in cui avviene);
    • si permette di farci un’idea sull’attendibilità o meno del personaggio

Cosa è successo in questo dialogo? C’è stata una “mediazione linguistica” che permette al lettore di capire e che ha come conseguenza, in lettura, non un vero e proprio fastidio per il lettore, ma il leggere con uno “strascicare esitante” della parlata dell’anziano che ben si sposa con il personaggio.

Quindi la caratterizzazione è riuscita.

  • messa in scena
  • contenuto esplicito del dialogo
  • contenuto implicito del dialogo
  • la storia va avanti (informazioni che successivamente si connettono alle indagini)

A questo punto sorge una domanda: se Montalbano con “il pubblico del libro” si è relazionato così durante un interrogatorio, allora cosa succede quando avvengono i dialoghi tra colleghi?

Nel prossimo articolo vedremo insieme un dialogo tra lui e il suo vice: Mimì Augello