La chiave di scrittura,  Professione Emergente

Prosa e dialoghi in dialetto 3

a cura di Antonella Di Moia

Dopo il precedente articolo in cui abbiamo smontato un dialogo tra il commissario Montalbano e un testimone, in questa terza parte desidero smontare con voi un dialogo che Montalbano ha con il suo vice Mimì Augello.

Vediamo come affronta la criticità di un dialogo confidenziale che non è quindi esattamente solo tra colleghi, ma anche tra amici.

Tratto da “Il cane di terracotta” p.36

Augello, che lo postiava darré la porta fece una faccia interrogante.
“Che t’ha detto il questore?” “
Abbiamo parlato della situazione.”
“Mah! Hai una faccia!”
“Come ce l’ho ?”
Sbattuta.”
“Non ho digerito quel che ho mangiato aieri sira.”
“Che hai mangiato di bello?”
“Una chilata e mezza di mostazzoli di vino cotto.”
Augello lo taliò sbalordito e Montalbano che sentiva arrivare la domanda sul nome del latitante arrestato, ne approfittò per cangiare discorso e mettere l’altro su una rotta diversa.

Si può notare, qui, che la contaminazione dialettale è molto più alta. Tuttavia, cosa accade nel dialogo? Come? È uno scambio concitato e confidenziale. Analizziamo come viene affrontato. Vi anticipo che tutte le parole sottolineate sono in dialetto, talvolta italianizzato: postiava darré (faceva le poste, lo aspettava, dietro la porta), aieri sira (ieri sera), mostazzoli (mostaccioli) ecc. Quelle in neretto, invece, sono personalismi dialettici, italianizzati, arcaici o creativi. Vediamoli.

“Augello, che lo postiava darré la porta fece una faccia interrogante.”

Come già scritto, “gli faceva le poste dietro la porta, lo aspettava”. Questa frase è precedentemente chiarita dai pensieri di Montalbano che è preoccupato del fatto che Mimì scopra che hanno “preso” «Tano ‘u greco». Quindi si può dire che l’autore ha sviluppato un automatismo che permette al lettore di intuire il significato delle parole “estranee”. Abbiamo poi “interrogante” che effettivamente la Treccani riporta come colui che interroga. Avrebbe potuto usare interrogativo, ma Mimì sarebbe apparso curioso, invece Camilleri carica di autorità quello sguardo, quello del vice di Montalbano. Quindi usare quel termine in quel punto, fine frase, e nel contesto di un registro linguistico differente, non solo fa sembrare che interrogante faccia parte delle parole storpiate in favore di una voce narrante pittoresca, ma attrae l’attenzione anche a livello inconscio sulla brama e la legittimità di Mimì di sapere; di conseguenza sulla bravura di Montalbano nel “gestire” il suo fiuto da sbirro.

Parliamo del termine “sbattuto”. È italiano? La Treccani, qui, ci dice: “1. Azione di sbattere, […] 2. Coito, atto sessuale […]. Siamo quindi di fronte a una parola che in italiano viene utilizzata in un certo modo a livello canonico, ma che nel parlato può assumere sfumature di significato differenti. È italiano? Sì, ma non usato con il suo significato letterale. Perché? Direte voi.

Nel dialogo è fondamentale mostrare un realismo che sia utile a definire la situazione e i personaggi. Ho detto realismo, che è differente dalla realtà effettiva, e che identifica una rappresentazione di essa (come ho già spiegato in altri articoli mettere su carta un dialogo reale non funziona).

“Aieri sera” riporta il dialogo all’ambientazione e ai personaggi dopo un breve botta e risposta, il suo significato è talmente intuibile che non ha bisogno di alcuna preparazione per essere compreso.

“Chilata” in italiano non esiste. Altro termine che riguarda il linguaggio parlato delle opere di Camilleri. È facilmente intuibile che con quel “chilata” si intende “attorno al chilo”.

“Mostazzoli di vino cotto”. Qui abbiamo io nome di un prodotto di pasticceria storpiato solo a metà, sempre per garantire la comprensione. Tutti i sottesi li ho già scritti sopra.

Questa frase, invece, è moooolto interessante.

“Augello lo taliò sbalordito e Montalbano che sentiva arrivare la domanda sul nome del latitante arrestato, ne approfittò per cangiare discorso e mettere l’altro su una rotta diversa.”

Abbiamo “taliò”, dialetto, con il solito accompagnamento che permette di capire il contesto.

“Cangiare”, cambiare, che si dice così a Messina, ma non a Catania. E che, come termine, richiama il linguaggio dantesco.

Mettere l’altro su una rotta diversa. È italiano. Vero? Tuttavia ha attratto la mia attenzione. Perché? Vediamo il dettaglio della frase, di nuovo:

“Augello lo taliò sbalordito e Montalbano che sentiva arrivare la domanda sul nome del latitante arrestato, ne approfittò per cangiare discorso e mettere l’altro su una rotta diversa.

Camilleri mantiene musicalità e ambientazione. La frase avrebbe potuto chiudersi con la parte evidenziata in giallo da sola? Sì. Con la parte in azzurro? Sì. Perché le ha usate entrambe? Cangiare può essere dantesco o messinese. La parte azzurra è un modo di parlare messinese italianizzato. Ma non basta. Se avete letto i romanzi della serie di Montalbano di Camilleri vi sarete accorti che il commissario ha una caratteristica: “pensa in tondo” finché il dettaglio che cerca non giunge alla sua attenzione. Pensare “in tondo” implica che in una situazione base rognosa, il suo cervello scandisce punto per punto ogni passaggio, meticoloso. Non è una ripetizione. Sta caratterizzando il personaggio.

Da ultimo voglio attrarre la vostra attenzione su un altro fattore. Vedo molti emergenti che usano intere frasi in dialetto, senza contesto e senza alcuna preparazione scenica. I testi di Montalbano sono risultati talmente ostici che… No, non ve lo dico e ve lo racconto nel prossimo articolo. Vi basti sapere che utilizzare intere frasi o passaggi in dialetto comporta la nota a fine pagina . Comporta l’esplusione di alcuni lettori che non comprendono quel dialetto. Comporta… tanto altro.

Nel prossimo articolo tirerò le somme sull’uso del dialetto nella prosa e nel dialogo. Potrei farlo ora. Invece no. Spero che ci riflettiate attentamente: vi serve. Un abbraccio.

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