I grandi insegnano

Gli incipit e l’immersività di Cesare Pavese

di Antonella Di Moia

In approfondimento con “Come scrivere un incipit efficace”, parliamo di Cesare Pavese, (1908 – 1950): era un maestro nel portare il lettore nelle sue opere letterarie e dell’implicito. Sprecava parole? Mai. Si limitava a scegliere quelle giuste? Non solo. Cesare Pavese mischiava le carte, le sue e le vostre. Buona lettura!

Cominciamo con alcuni esempi:

  • Dal cortile di cemento un giovanotto a gola tesa. Gridava al terzo piano di ombre e sprazzi di luce: ” State tranquilli, sono disoccupato”.
  • Di tutta l’estate che trascorsi nella città semivuota, non saprei proprio cosa dire.
  • Di quel ch’ero non resta più niente: appena uomo ero ancora un ragazzo.

Avete notato che tutti gli esempi iniziano con una preposizione semplice o articolata? Questo modo di iniziare porta il lettore a procedere ancora un po’ per capire di cosa si sta parla. In pratica, per come è impostato, questo incipit costringe a una lettura attiva, questo perché l’enunciato principale si trova a fine frase. Inoltre iniziare con una preposizione sottende un taglio di ambiguità alla frase e incuriosisce il lettore. Quindi Pavese, a suo modo, “mischiava” le parti del discorso.

Ma vediamo altri esempi, stavolta tratti da “La luna e i falò”. Prenderò gli incipit dei capitoli.

Capitolo uno, tre e cinque ci mostrano un dettaglio non da poco: in qualunque modo l’autore inizi, le frasi sono sempre attive. Ma non solo. Vediamo insieme cosa accade nel dettaglio.

Capitolo 1

C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire «Ecco cos’ero prima di nascere».

L’autore apre il capitolo affermando che ha una ragione per tornare in quel luogo, seppure non ci è nato. Notate?

«C’è una ragione […]»

«[…] non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire «Ecco cos’ero prima di nascere».”

Il contrasto tra questi passaggi ci fa comprendere che il protagonista è tornato in quel posto per una ragione, anche se ha il rammarico di non poter definire quel luogo davvero parte di sé. Ecco quindi che il lettore, fagocitato da uno stile pulito e chiaro, continua a leggere per capire.

E… avete notato? Il senso delle due frasi è lampante nella chiusura della seconda, prima che vi dica di cosa si tratta, provate a indovinare.

Capitolo 3

Di Nuto musicante avevo avuto notizie fresche addirittura in America – quanti anni fa? – quando ancora non pensavo a tornare, quando avevo mollato la squadra ferrovieri e di stazione in stazione ero arrivato in California e vedendo quelle lunghe colline sotto il sole avevo detto: «Sono a casa».

capitolo 3, come sopra.

Qui troviamo il suo classico esordio con preposizione semplice o propria. Questo modo di rovesciare la frase sottolinea Nuto come importante, fermo, inamovibile, mentre il protagonista, in America, lascia tutto alle sue spalle finché, in California, non trova delle dolci colline che gli ricordano casa sua. La scelta di questa struttura ha l’obiettivo non solo di mettere sotto i riflettori Nuto, ma, mediante il contrasto tra solidità e dinamicità, quello di suggerire e insinuare altro. Già, perché Nuto prenderà la valenza di “radici”, quella che il protagonista in overture libro dice di non avere.

Parliamo dunque di “Foreshadowing”, di anticipazione. Il lettore percepisce a livello inconscio l’implicazione, il “tra le righe” e continua la lettura.

Capitolo 5

Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo piú che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio.

Qui troviamo un verbo al presente come apertura capitolo. Rileggiamo.

“Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo piú che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio.”

Vi siete accorti che la struttura sintattica, solo con “Fa un sole su questi bricchi”, (non caldo, attenzione!), evoca per via dei bricchi qualcosa che dà riflesso (luce estiva accecante) e contemporaneamente di rovente? Quel verbo, “Fa” rende immediatamente l’immagine, come un passaggio di pennello su tela, uno svolazzo. Eppure non si ferma a questo, dona la sensazione di vicinanza, di addosso. Perché? In questo caso la forma di “Fa” è intesa come terza persona singolare indicativo presente. Ma è anche la contrazione dell’imperativo presente «fa’», seconda persona singolare. Questa contrazione è usata anche in diversi personalismi dialettici. Il risultato è un senso di vicinanza, di addosso, di immersione. A sottolineare questo l’autore non ci dice che fa caldo, ci dice che «Fa un sole», usando quindi un suo modo di esprimersi che non solo è deducibile, ma concede anche la dualità di significato alla frase. Difatti, nella frase successiva, lui precisa questa prima immagine con «Qui il caldo piú che scendere dal cielo esce da sotto». Troviamo quindi di nuovo la vicinanza di “qui” e lo spostamento dell’immagine dal “sole” al “cielo” e in chiusura su “esce da sotto”: la terra, la sua “adottiva”.

Un paio di righe, un’ambientazione fisica.

Lo stesso paio di righe, “un’ambientazione emotiva”, viva, filtrata dagli occhi del personaggio adottato.

Ai miei allievi e clienti dico sempre che ogni frase deve avere uno scopo, un’utilità. Qual è quindi lo scopo di queste due frasi? Collocare in un luogo ciò che accadrà? Non solo. Pavese non è così semplice. Scrive semplice. Sono due cose diverse.

In questa frase lui avvia il capitolo drappeggiando l’immobilità. In che modo si crea la suspense? Tramite l’azione o… l’assenza di essa. Esatto. Queste frasi sono un preludio. Sta per succedere qualcosa.

Tratti generali

L’obiettivo importante che tutti gli estratti citati raggiungono, quindi, è quello di invogliare il lettore a indagare su ciò che accade. Ricordate la domanda che vi ho fatto sopra? Vi rispondo.

Avete notato che a volte, stilisticamente, Pavese mette a fine frase una sorta di fotografia che ne cattura il senso? Serve a fare permanere quella istantanea nel nostro immaginario di lettori. E come lo fa? Parlando a se stesso, sembra. Ora leggete la parte tra virgolette, di chiusura e ditemi se può essere interpretata come se stesse parlando con voi. La risposta è sì, è di nuovo nell’uso delle parole in modo ambivalente. Non vi pare che somigli al gioco “vedo non vedo” di un abito in pizzo?

Torniamo alle prime frasi. Cosa pensiamo del ragazzo che tranquillizza qualcuno perché è disoccupato? Cosa pensiamo di questo ragazzo che era appena diventato uomo, invece era ancora un ragazzo, quindi ingenuo e sprovveduto, ad esempio?

Ecco che, con questo suo impatto dinamico, lui come autore ha qualcosa da dirci, ma la prima cosa che entra in scena, è come lui ci tocca con i suoi argomenti. Sì, perché Pavese con questo stratagemma tocca subito le corde emotive e di coinvolgimento del suo lettore, solo dopo lo conduce “a stare a guardare” cosa lui pensa e vuole raccontare in merito.

Come avrete ben compreso, Pavese utilizza ogni parola, in ogni sua sfumatura, non solo per comunicare, ma anche per avviare una lettura su più livelli. È per questo che “mischia le carte”.

L’autore

Cesare Pavese è stato poeta, scrittore, traduttore, editore e critico letterario. È considerato uno dei più grandi e importanti intellettuali italiani del XX secolo. Nasce nelle Langhe, a Santo Stefano Belbo, nel 1908 e muore suicida a Torino nel 1950, due mesi dopo aver vinto il Premio Strega con “La bella estate”.

Spero di avervi ispirato. Spero ci rifletterete un po’. Trovate il vostro modo di comunicare in modo corretto col lettore, ma dopo, cercate un dialogo intimo con lui come Pavese… ma che sia solo vostro.

Per chiedere articoli su argomenti specifici basta scrivere una mail a OfficinaWeWrite@gmail.com.

Se volete sempre restare aggiornati riguardo a contenuti come questo, lasciate un mi piace alla mia pagina Facebook “OfficinaWeWrite“. A presto!