L’ambientazione come personaggio: le nevi eterne di Peter Høeg
a cura di Antonella Di Moia
Nel romanzo bestseller dello scrittore Danese Peter Høeg, intitolato “Il senso di Smilla per la neve“, il lettore viene messo a contatto con l’ambiente naturale dell’estremo Nord grazie alla descrizione che ne fa la protagonista. La neve e il ghiaccio divengono così protagonisti a loro volta, e anzi, si fanno strumenti di interpretazione della realtà attraverso gli occhi di Smilla.

In questo romanzo il Nord del mondo è più che lo sfondo della vicenda: la pervade col suo tratto distintivo, ossia il ghiaccio. L’angoscia della protagonista Smilla, nasce dai suoi sospetti che Esajas, un piccolo eschimese immigrato a Copenaghen, non sia caduto scivolando da un tetto innevato, bensì perché qualcuno ve l’ha fatto precipitare, assassinandolo. In questo caso dunque, il ghiaccio diventa un personale strumento di interpretazione della realtà.

Come Smilla afferma nelle prime pagine del romanzo: “Leggere la neve è come ascoltare la musica. Descrivere ciò che si è letto e come spiegare la musica per iscritto”. Narrato in prima persona, mentre dipana l’intricatissima trama, Smilla si confessa soprattutto nelle sue descrizioni della neve e del ghiaccio. Il brano sopra condensa la perfezione il modo magistrale con cui Høeg riesce a sprigionare dal racconto di Smilla un incantesimo al quale il lettore non può sottrarsi.
I punti di forza di questo stile sono quattro:
- il legame fra sensazioni e geografia;
- La forte presenza di Smilla narratrice;
- La vena divulgativa;
- L’insistenza sul tema del ghiaccio, fino all’ossessione.
Smilla si è imbarcata sul Kronos per raggiungere una zona della Groenlandia che nasconde il segreto straordinario che spiega l’assassinio del piccolo Esajas. Dunque la descrizione di questo paesaggio ghiacciato è essenziale per il lettore, che deve predisporsi allo scioglimento dell’enigma.
Høeg potrebbe limitare la sua protagonista al panorama visibile, già ricchissimo di suggerimenti. Invece la porta a seguire idealmente il percorso di formazione del ghiaccio nelle remote lontananze del Mar Glaciale, da dove è stato spinto fra le Svalbard e la Costa orientale della Groenlandia, poi verso sud intorno a Capo Farvel e sul lungo la costa occidentale.
Sarà così sempre più chiaro tutto ciò che la donna prova cospetto di un ambiente che per le costituisce un habitat. Il suo senso per la neve, che si è già manifestato nello spazio urbano e civilizzato di Copenaghen, qui diviene la rivelazione della sua personalità indigena.
Høeg punteggia la magistrale descrizione artistica con improvvise quanto intense metafore: “come un solco di cenere”,” come benzina incendiata “. In esse Smilla fa sentire direttamente la sua voce, rivolgendosi al lettore: “Sono io a raccontare, a vedere con i miei occhi”. È l’esatto contrario di una digressione, come quelle introdotte per esempio da Jules Verne o Emilio Salgari per dare credibilità alla vicenda e insegnare qualcosa ai lettori più giovani. Qui Høeg non ha alcun intento descrittivo o didattico. Intende solo sviscerare sempre più il rapporto di Smilla con il ghiaccio.
La donna non si accontenta di ricostruire il percorso del suo elemento naturale. Vuole dissezionarlo, condurre il lettore a vederlo all’interno come lei. Il suo senso per la neve evoca perciò la figura dell’esagono, struttura geometrica dominante dei cristalli di ghiaccio. Un esempio di divulgazione scientifica che, come il resto, punta al cuore del lettore per coinvolgerlo sempre di più in una storia che, a 50 pagine dalla fine, non ha ancora svelato nulla dell’immane mistero iniziato con la morte di Esajas. Così si formano il ghiaccio frazil, il grease ice e i pancake ice, le cui lastre unite formano la banchisa. Il ghiaccio isola il sale, l’acqua marina gela dal basso. Il ghiaccio si rompe…
Non contento di familiarizzare il lettore con la chimica della condensazione, Høeg lo trascina in una enumerazione di difformità che contraddicono l’immagine comune del ghiaccio. Dopo aver letto queste righe, certamente nessuno oserà più raffigurarselo come una monotona indistinta materia bianca. L’obiettivo di conquistare il lettore è stato raggiunto.

Peter Høeg, nasce in Danimarca nel 1957. È estremamente riservato, e come J.D. Salinger si nega a ogni forma di auto promozione vivendo nei sobborghi di Copenaghen, senza neppure il telefono. La sua formazione è eclettica: laureato in lettere, prima di diventare romanziere, è stato ballerino, tiratore di scherma e ha viaggiato per mare. Una scuola di vita da cui deriva la carica umana del suo primo successo, Il senso di Smilla per la neve, (1992).
Høeg si immette nel grande solco di una grande tradizione narrativa di gialli scandinavi, caratterizzati da uno studio della psicologia individuale in rapporto alle solitudini ghiacciate. In lui si avverte il fatalismo dei grandi drammaturghi nordici: Henrik Ibsen e August Strindberg. Nel suo romanzo successivo, I quasi adatti, (1995), torna il taglio particolare di Smilla, con una vicenda incentrata sull’infanzia e l’educazione scolastica dal tono autobiografico.
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