Febbraio 21, 2022/Commenti disabilitati su Il linguaggio parlato di Manzoni
di Antonella Di Moia
Come è noto il capolavoro di Alessandro Manzoni, “I promessi sposi “, è stato scritto nel secolo scorso è ambientato nel lontano 600. Tuttavia è apprezzabile ancora oggi l’impegno dell’autore nel trasmettere le sfumature dell’animo umano attraverso un linguaggio vivo e in forma di discorso diretto.
Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, “Cosa c’è?” disse, non senza un presentimento di terrore. “Lucia! “, rispose Renzo, “per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando potremmo essere marito e moglie.” “Che?” Disse Lucia tutta smarrita. Renzo le racconto brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, “Ah!” esclamò, arrossendo e tremando, “fino a questo segno!” “Dunque voi sapevate…?”disse Renzo. “Pur troppo! “Rispose Lucia; “ma a questo segno!” “Che cosa sapevate?” “Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro chiamare mia madre, e a licenziare le donne: bisogna che siamo soli.” Mentre ella partiva, Renzo sussurrò: “Non m’avete mai detto niente.” “Ah, Renzo!!” rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch’io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri?
Partiamo dalle basi. Alessandro Manzoni conosceva benissimo la sua Lucia, in quanto gli era stata ispirata dalla propria moglie Enrichetta. Va sottolineato che l’autore curò in modo particolare la figura di Lucia, poiché le stava particolarmente a cuore. È vero che alcuni critici e lettori non hanno apprezzato l’apparente sottomissione e passività di questo personaggio, tuttavia considerandolo obiettivamente, siamo in grado di renderci conto che non è affatto una fanciulla arrendevole.
Leggendo il brano citato possiamo percepire la scena davanti ai nostri occhi: Lucia in casa con la madre e le donne, che attende il promesso sposo. Renzo che entra furioso dopo aver scoperto che il potente don Rodrigo, invaghitosi della sua amata, ha vietato a Don Abbondio di celebrare il matrimonio.
Notate la brevità del primo scambio di battute e la doppia esclamazione ripetuta, [“fino a questo segno!”] queste espressioni suonano naturali, come realmente provenienti da un animo femminile turbato, e non programmate dall’autore, e nemmeno dettate da una scelta razionale di linguaggio.
Nella loro semplicità, le frasi tronche e brevi di Lucia corrispondono alla sua natura schiva e poco loquace, lasciando trasparire il suo sgomento proprio in quello che non dice. È il classico caso in cui un’espressione che si userebbe nel reale viene messa al centro perché non è affatto vuota, ma carica di sottintesi.
Anche nel proseguire della narrazione, quando Renzo chiede spiegazioni, quel “Non m’avete mai detto niente” accusatorio, cui Lucia si limita a rispondere “Ah Renzo!”, porta in sé tutta la carica emotiva che possiamo immaginare, e non solo per le frasi incisive, bensì perche il Manzoni lo fa sentire a Renzo assieme al lettore, “in quel momento e con quel tono”. Lucia gli sta dicendo: “Potreste mai dubitare di me?”.
Ecco quindi che un dialogo, giustamente valorizzato, diviene una porta sul conflitto che muoverà in seguito tutta la storia. Già, perché la comunicazione e la caratterizzazione, in commistione con la regola aurea per cui «un buon dialogo porta avanti la narrazione», possono dare solo un risultato non solo tridimensionale, ma anche finalizzato al «Cosa succederà, adesso?»